IERI


Voce 'e notte è una canzone napoletana antichissima, un 'delicato' canto notturno. Fu scritta nel 1904 da un giovane giornalista, Edoardo Nicolardi. Non sarebbe mai stata pubblicata senza l'ostinazione del maestro Ernesto De Curtis che si innamorò di quei versi, ma dovette faticare non poco per convincere l'amico a farglieli musicare. Forse una riluttanza dovuta alla componente autobiografica che per qualche motivo voleva tenere solo per sé. 

Il testo oltre ad essere bello e anche molto commovente, memorabile, ricordiamo l'interpretazione di Peppino di Capri che ne fece nel 1959. Da allora è stata tramandata fino ad oggi, divenendo uno dei testi più amati di Napoli, cantata negli anni dai più famosi cantanti e non solo, le sue numerose interpretazioni l'hanno resa una canzone immortale.

" Appuntamento con Peppino di Capri " del 1965. Peppino si rivede con i suoi Rockers (Maggio 1960)

     La canzone narra del giovane Edoardo, che a soli 25 anni si innamorò della bellissima diciassettenne Anna Rossi, sua vicina di casa e figlia del commendator Gennaro, allevatore di cavalli da corsa e notevolmente benestante. Era un amore molto intenso anche se non avevano mai avuto la possibilità di dirselo faccia a faccia. A quei tempi senza l'ufficialità delle posizioni le comunicazioni amorose potevano avvenire solo con sguardi, sorrisi e ammiccamenti. La ragazza, che ricambiava il sentimento era stata, però, costretta dal padre a un matrimonio d'interesse con un vecchio commerciante di 75 anni, un certo Pompeo Corbera, sebbene il giovane pretendente non fosse un poveraccio: era il figlio dell'amministratore de Il Mattino di Napoli e nemmeno un inetto, anche se aveva abbandonato gli studi di giurisprudenza, era ben avviato nella carriera giornalistica. Aveva iniziato a diciassette anni e nel 1903, quando era andato a chiedere la mano di Anna, era redattore del Don Marzio, un popolare giornale comico satirico fondato nel 1860 da Luigi Pappalardo. Inoltre collaborava anche con altre testate giornalistiche ed era un apprezzato poeta e paroliere. Ma non ci fu nulla da fare... E questa canzone è il frutto dell'intenso amore del giovane che si accontenta di cantare il suo sentimento alla sua amata, nonostante in quel momento appartenesse ad un altro. Anna intanto, si sposò e andò a vivere con l'anziano possidente, sempre a Napoli, in via Santa Teresa. Ma il giovane innamorato non si arrese: tutte le notti si recava sotto casa degli sposi nella speranza di poter ancora una volta incontrare, almeno, lo sguardo di lei. 

Una notte ebbe l'improvvisa sensazione che Anna lo stesse desiderando, pur non potendolo incontrare. Ispirato, corse così al Caffè Gambrinus, aperto anche a tarda notte, e scrisse i versi della celeberrima canzone. Iniziano così...

     Immaginiamo una giovane donna che dorme col suo uomo e nel cuore della notte viene svegliata da una voce, familiare e solitaria, che canta sotto alla sua finestra, esordendo così: " Si 'sta voce te scéta 'int'a nuttata, mentre t'astrigne 'o sposo tujo vicino... Statte scetata, si vuó' stá scetata, ma fa' vedé ca duorme a suonno chino...". La donna riconosce il cantante ed ha un sussulto, ma subito viene calmata dalla sua voce che, nonostante la gelosia, si preoccupa di non farla apparire turbata al marito. Chi è questa voce solitaria ? Chi è quest'uomo che nella notte canta ad una donna sposata ? "Nun ghí vicino ê llastre pe' fá 'a spia, pecché nun puó sbagliá 'sta voce è 'a mia", "E' 'a stessa voce 'e quanno tutt'e duje, scurnuse, nce parlávamo cu 'o "vvuje". Due versi raccontano una storia intera: i due giovani, probabilmente, avevano iniziato, come in tutti i corteggiamenti, dandosi del "voi", per poi arrivare ad un rapporto ben più intimo. Le strofe sono un divenire tra logos e phatos. Emozioni senza fine che non sono scanditi da ritornelli, ma da ferite d'amore che prendono forma. Più intima diventa anche la serenata. L'innamorato cerca di riportare alla mente della donna un passato in cui, loro due, erano insieme e felici in quello che, probabilmente, è il passaggio più bello e poetico di tutta l'opera... - "Si 'sta voce te canta dint"o core chello ca nun te cerco e nun te dico; tutt'o turmiento 'e nu luntano ammore, tutto ll'ammore 'e nu turmiento antico". Il giovane continua a stuzzicare manifestando un'intimità sempre maggiore: "Si te vène na smania 'e vulé bene, na smania 'e vase córrere p'e vvéne, nu fuoco che t'abbrucia comm'a che...". Ma improvvisamente l'intimità si spezza, come se l'amante ricordasse che la donna desiderata, ormai, appartiene ad un altro e, quindi, ritorna alla realtà dicendo: "...vàsate a chillo...che te 'mporta 'e me ? ". L'ultima strofa è segnata da questa consapevolezza: l'uomo si rende conto che la situazione non cambierà, che la sua è solo la voce di un folle innamorato e geloso. Immaginiamo che la sua voce venga rotta da un pianto, mentre dice: "Si 'sta voce, che chiagne 'int'a nuttata, te sceta 'o sposo, nun avé paura... Vide ch'è senza nomme 'a serenata, dille ca dorme e che se rassicura...". L'ultima parte è più un modo per convincere se stesso che l'amata, un modo per distaccarsi da quel "tormento antico" e quella follia notturna: "Dille accussí: 'Chi canta 'int'a 'sta via o sarrá pazzo o more 'e gelusia ! Starrá chiagnenno quacche 'nfamitá...Canta isso sulo... Ma che canta a fá ?!' ". Un modo gentile e dolce per dire alla donna: "Non preoccuparti per me, sono solo una voce disperata che piange nella notte".

A dispetto di quanto narrato nella canzone però, il fato, in qualche modo, aiuta questo amore donando all'autore della canzone il lieto fine. Il marito di Anna, morì poco dopo il matrimonio, così Edoardo e l'innamorata poterono coronare il loro sogno d'amore, un grande amore testimoniato dalla nascita di ben otto figli. Un amore senza fine e così forte da non poter resistere l'uno senza l'altro. Infatti, quando nel 1949, Anna morì, Edoardo tentò il suicidio. Da quel momento in poi non stette più bene e morì anche lui 5 anni più tardi. 

Un poeta al quale gli saranno sicuramente spuntate le ali per volare in cielo, accanto alla sua innamorata. Il poeta, nella sua vita, spesso puntualizzava... 

" In letteratura l'amore realizzato crea i grandi prosatori, perché il sogno d'amore si logora nella vita quotidiana, mentre un amore perduto o impossibile crea i grandi poeti, perché l'amore resta un sogno, inattaccabile, anzi si sublima con il passare degli anni ".


Gesù di Nazareth (Betlemme, 7 a.C.-2 a.C. - Gerusalemme, 26-36) è il fondatore e la figura centrale del Cristianesimo, religione che lo riconosce come il Cristo (Messia), figura ancora attesa dalla tradizione ebraica, e Dio fatto uomo. Le parabole costituiscono senza dubbio il cuore della predicazione di Gesù. Al di là del mutare delle civiltà, esse ci toccano ogni volta di nuovo per la loro freschezza e umanità. Si tratta di racconti che partono dalla vita e dalle comuni attività e situazioni quotidiane, e che da parte di Gesù hanno lo scopo di chiamare i suoi ascoltatori a prendere posizione di fronte a lui stesso e al suo insegnamento, cioè ad entrare nel Regno.


- Lo Spirito Divino - by Rick Morlar, 1999 -




Da : L ' Evidenza - 12-10-2021 by R. Morlar

Epilogo

Un modo per stabilire la validità di una qualsiasi argomentazione riguardo all'esistenza di Dio è quello di esaminare le caratteristiche di Dio nel senso generale, salvo poi entrare nello specifico per ogni religione, fede o credenza. Questa linea di ragionamento incontra immediatamente dei problemi se cerca di dare una nozione universale di "Dio" poiché tale parola (e il suo equivalente nelle altre lingue) è stata usata in modi molto differenti lungo tutto il corso della storia umana. Pertanto possiamo dire che l'universo è un complesso di esseri contingenti, ma l'essere contingente esige l'essere necessario come sua prima causa, dunque oltre l'universo esiste un essere necessario, creatore dell'universo, che è Dio.


Gesù di Nazareth  Franco Zeffirelli 1977
Gesù di Nazareth Franco Zeffirelli 1977